Quarenghi
Giacomo Quarenghi
Quella di Giacomo Quarenghi è la straordinaria storia di un ragazzino nato a Capiatone, frazioncina di Rota Imagna, capace di conquistarsi la Russia degli Zar. Quella di Quarenghi è una delle più leggendarie biografie bergamasche, che proprio 200 anni fa, il 2 marzo 1817, concludeva la sua parabola a San Pietroburgo.

La passione per l'archittetura
Era nato tra le montagne, da una famiglia di antico lignaggio: il padre era notaio e avrebbe voluto che il figlio continuasse l’attività o che prendesse i voti. Ma Giacomo aveva un’altra vocazione irrinunciabile: quella per le arti e per l’architettura in particolare. Tanta fu la determinazione che convinse il padre a fargli fare un periodo di formazione a Roma. Senza problemi di risorse, la formazione si protrasse per ben 18 anni, con viaggi in tutt’Italia a studiare e scoprire architetture. Lavori pochi, ma evidentemente sufficienti a farsi una fama per quella sua capacità di costruire con lo stile di quello che era il suo unico punto riferimento: Palladio.

San Pietroburgo, la meraviglia
Architettura in quell’epoca era sinonimo di Italia. Così quando Caterina II di Russia – Caterina la grande – decise di fare sul serio e di rivoluzionare il volto di San Pietroburgo, interpellò a Parigi il suo consigliere barone Grimm. Caterina cercava degli architetti italiani in quanto stanca dei professionisti francesi. Il barone prese allora contatto a Roma con Friederich Von Reiffenstein, incaricandolo di trovare due promettenti architetti italiani. La scelta cadde su Giacomo Quarenghi e Giacomo Trombara. Era il 1779: per Quarenghi cominciava una straordinaria avventura che sarebbe durata 38 anni, mentre Trombara non riscosse più di tanto la stima di Caterina e dopo pochi anni se ne tornò in Italia. Si trasferì in Russia con tanto di famiglia: aveva sposato Maria Fortunata Mazzoleni da cui avrebbe avuto ben 14 figli. Una volta arrivato a corte, l’intesa con Caterina fu immediata, tanto che la zarina dovette riconoscere che quel bergamasco “lavorava come un cavallo”. Costruiva in stile classico, perché sapeva che Caterina sognava che le sue capitali (lavorò anche Mosca) apparissero come le nuova Roma. E lui certo non la deluse: basta vedere il teatro dell’Ermitage costruito ad imitazione di quello Olimpico di Vicenza, o l’enorme palazzo dell’Accademia delle scienze che si affaccia sulla Neva con una sfilata di colonne come quelle di un tempio romano. Si rivela anche un abile architetto di interni, capace di trasformare edifici parcellizzati in tante stanzette e in luoghi grandiosi, attraversati da immense gallerie. Ha una fantasia che non lo tiene mai fermo: costruisce tanto per Caterina e la sua corte, ma altrettanto progetta, con edifici che restano a volte sulla carta ma che danno idea della sua creatività. Alla morte di Caterina, nel 1796, la sua attività si era rallentata, per rilanciarsi con l’ascesa al trono del nipote di lei, Alessandro I: per lui costruì un palazzo che è una delle sue opere più imponenti.

E Bergamo?
Quarenghi non perse i suoi legami forti con la terra d’origine, in particolare con gli amici Giuseppe Beltramelli, Paolina Secco Suardo, Sebastiano Muletti. Tenne i rapporti anche con Luigi Marchesi. A Bergamo venne anche per trovare una seconda moglie, dopo che Maria Fortunata era morta nel 1793. E fu la volta di Maria Bianca Sottocasa, che lo seguì in Russia. Il matrimonio durò soltanto un paio d’anni perché Giacomo non sopportava, come si legge in alcune lettere, gli atteggiamenti leggeri della giovane consorte. Addirittura Giacomo, durante il viaggio di ritorno a Pietroburgo si lamentò per via del comportamento disinvolto della moglie con il figlio di lui, Giulio, che li accompagnava.

Quelle volte che era tornato a Bergamo era stato trattato come un principe, con accoglienze pubbliche di grande rilievo. Ma non poté tornare per morire. Finì infatti la sua vita a San Pietroburgo, dove venne sepolto senza cerimonia ufficiale nel cimitero luterano di Pietroburgo e se ne perse la memoria. Fino al 1967: in occasione dei 150 anni della sua morte, i sovietici si attivarono e, con una serie di ricerche, rintracciarono la tomba e la salma di Quarenghi: lo traslarono nel cimitero degli artisti al Monastero di Aleksandr Nevskij.